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Un posto all’Ombra · Solo quello che mi hai chiesto
UN POSTO ALL’OMBRA — EPISODIO 003
Solo quello che mi hai chiesto
⚠️ Contiene spoiler fino a «La Danza delle Ombre» — Atto II.
La vita continua anche quando il capitolo finisce.
La prima cosa che Sofia notò fu che il sistema non sembrava particolarmente difficile da violare. La seconda fu che proprio per questo non si fidava.
Rimase a guardare lo schermo senza toccare nulla per qualche secondo. Non perché avesse bisogno di capire da dove cominciare. Quello era già chiaro. Era il genere di sistema che sembrava costruito da qualcuno convinto che bastasse mettere abbastanza porte tra l’esterno e ciò che contava davvero. Le porte c’erano. Il problema era che alcune erano rimaste socchiuse.
Sul tavolo, accanto al portatile, c’era il foglio che Ettore le aveva consegnato quella mattina. Poche righe, stampate. Nessuna intestazione. Nessuna spiegazione che non fosse necessaria. Un’amministrazione straniera. Un fascicolo. Un nome. E una richiesta: recuperare il dossier. Nient’altro.
Sofia aveva letto il foglio due volte. La prima per capire che cosa volesse Ettore. La seconda per assicurarsi che non ci fosse scritto ciò che lui non aveva chiesto. Poi lo aveva piegato in quattro e infilato nella tasca interna della giacca. Adesso era ancora lì. Ogni tanto ne sentiva il bordo contro il fianco. Non aveva bisogno di rileggerlo.
Il sistema le aveva già mostrato abbastanza da farle capire che avrebbe potuto fare molto più di quanto serviva. Quasi sempre era così. Entravi cercando una cosa e ne vedevi altre dieci: cartelle con nomi troppo espliciti, archivi dimenticati, documenti che nessuno aveva pensato di nascondere perché nessuno aveva immaginato che qualcuno sarebbe arrivato fin lì. Il vero problema non era trovare qualcosa. Era smettere di guardare.
Sofia individuò il percorso che le interessava e continuò. Non c’era niente di elegante in quello che stava facendo. Nessun momento in cui il mondo rallentava per permetterle di sentirsi più intelligente di chi aveva costruito il sistema. Nessuna cascata di caratteri verdi, nessuna serratura virtuale che si apriva con un rumore soddisfacente. C’erano soltanto passaggi, uno dopo l’altro, e a ogni passaggio una domanda: serve? Se la risposta era no, lasciava stare.
Quando arrivò all’archivio, capì che Ettore non le aveva detto tutto. Non era una sorpresa. Ettore non diceva quasi mai tutto. La cartella che cercava era lì, insieme ad altre. Alcune avevano date recenti. Altre nomi. Una, in particolare, attirò la sua attenzione perché portava un riferimento che aveva già incontrato altrove.
Sofia fermò il cursore. Non sul dossier. Sulla cartella accanto. Per qualche secondo non fece niente. Avrebbe potuto aprirla. Non avrebbe richiesto molto. Forse avrebbe spiegato perché Ettore voleva proprio quel fascicolo. Forse avrebbe detto qualcosa sull’uomo a cui apparteneva. Forse avrebbe trasformato un incarico di poche righe in una storia. E Sofia odiava le storie a cui mancavano dei pezzi.
Portò il cursore sulla cartella. Poi lo spostò. Non era lì per quello.
Aprì il dossier indicato da Ettore. Lo controllò abbastanza da essere certa che fosse quello giusto. Nome, data, riferimenti: corrispondevano. Avrebbe potuto leggerlo. Anzi, una parte di lei aveva già cominciato a farlo prima ancora che decidesse di non farlo. Bastavano poche righe perché il cervello cercasse automaticamente collegamenti, incongruenze, dettagli. Chiuse l’anteprima.
Recuperare il dossier. Non studiarlo. Non giudicarlo. Non capire perché fosse importante. Recuperarlo.
Sofia lavorò sul file e basta. Quando ebbe finito, rimase immobile. Era quello il momento pericoloso. Non entrare. Uscire. Entrare significava avere un obiettivo. Ogni scelta poteva essere misurata rispetto a qualcosa. Uscire significava non averne più uno. E quando non hai più un obiettivo, la curiosità comincia a somigliare molto a una buona ragione.
Sofia ripercorse mentalmente ciò che aveva fatto. Il dossier era con lei. Non aveva bisogno di altro. Eppure il sistema era ancora davanti ai suoi occhi: aperto, disponibile, quasi offensivamente disponibile.
Avrebbe potuto cercare il nome di Ettore. Il pensiero arrivò senza essere invitato. Sofia lo lasciò lì. Non sapeva se ci sarebbe stato. Non sapeva se Ettore si aspettasse che provasse. Non sapeva nemmeno se quella possibilità fosse reale o se fosse soltanto il genere di idea che nasce quando si resta un minuto di troppo davanti a una porta aperta.
Poteva cercare il Collettivo. Poteva cercare se stessa. Poteva scoprire che cosa quell’amministrazione sapesse di persone che conosceva. Poteva portare via interi archivi. Poteva lasciare qualcosa. Poteva cambiare qualcosa. Poteva dimostrare di essere arrivata fin lì. La tentazione più stupida era proprio quella: lasciare un segno. Non per utilità. Per vanità. Un graffio sul muro: sono stata qui.
Sofia appoggiò le mani sulle cosce e si allontanò appena dal tavolo. Guardò lo schermo.
«No.»
La stanza non rispose. Meglio così.
Tornò al lavoro. Controllò soltanto ciò che serviva a verificare di avere ottenuto il file corretto e che il compito fosse concluso. Non cercò altri nomi. Non aprì le cartelle vicine. Non trasformò un accesso in una raccolta. Quando non ebbe più una ragione per restare, se ne andò.
Il portatile rimase acceso ancora qualche minuto. Sofia trasferì ciò che doveva consegnare nel modo concordato e aspettò. La conferma arrivò poco dopo: Ricevuto. Aspetta.
Sofia sbuffò. Aspettare era sempre la parte peggiore. Si alzò, andò in cucina e aprì il frigorifero. Lo richiuse. Lo riaprì. Non era comparso niente di nuovo.
«Sistema del cazzo.»
Quello almeno aveva una vulnerabilità nota: continuava a contenere esattamente le cose che ci aveva messo dentro. Prese una bottiglia d’acqua e tornò alla scrivania. Il messaggio di Ettore era arrivato.
Tutto?
Sofia lo lesse. Poi guardò il file che aveva recuperato. La domanda era troppo corta per essere innocente. Digitò: Tutto quello che mi hai chiesto.
Tre puntini comparvero quasi subito. Scomparvero. Ricomparvero. Sofia aspettò.
C’era altro?
Sorrise. Eccolo. Guardò di nuovo il portatile. Avrebbe potuto rispondere di no. Sarebbe stata la risposta più semplice. Avrebbe potuto rispondere che non lo sapeva. Tecnicamente sarebbe stata quasi vera. Invece scrisse: Sì.
Questa volta Ettore impiegò più tempo.
E?
Sofia bevve un sorso d’acqua. Poi appoggiò la bottiglia.
E non me l’avevi chiesto.
Nessuna risposta. Passò quasi un minuto. Sofia cominciò a chiedersi se avesse esagerato. Non per quello che aveva fatto. Per come lo aveva scritto. Con Ettore era difficile capire dove finisse una conversazione e cominciasse un esame. A volte Sofia sospettava che non ci fosse nessuna differenza.
Finalmente arrivò un nuovo messaggio.
Hai aperto altro?
No.
Hai copiato altro?
No.
Hai modificato qualcosa?
Sofia aggrottò la fronte.
No.
Poi, prima che lui potesse scrivere ancora: Vuoi chiedermi anche se ho lasciato il mio nome e numero di telefono?
I tre puntini apparvero.
No.
Pausa.
Quello lo avresti fatto con una grafia orribile.
Sofia fissò lo schermo.
«Stronzo.»
Ma stava sorridendo.
Ettore scrisse ancora: Mandami il riepilogo.
Sofia tornò seria. Preparò poche righe. Niente romanzi. Niente ipotesi. Niente elenco delle cose che avrebbe potuto vedere e aveva deciso di non vedere. Obiettivo raggiunto. Dossier corretto. Nessun materiale aggiuntivo acquisito. Nessuna modifica non richiesta. Fine.
Rilesse. Una volta. Poi una seconda. Alla terza si fermò. Ettore non le aveva chiesto un’opera d’arte. Premette invio.
La risposta arrivò diversi minuti dopo: Bene.
Sofia inclinò la testa. Tutto lì. Ore di lavoro, un sistema straniero, un fascicolo che evidentemente interessava al Collettivo e abbastanza materiale lasciato intatto da riempirle la testa di domande per una settimana. Bene.
Digitò: Tutto qui?
Ettore rispose: Che cosa vuoi, un diploma?
Una medaglia almeno.
Te la mando per posta.
Non sai dove abito.
Questa volta la pausa fu abbastanza lunga da farle perdere il sorriso.
Poi: Certo.
Sofia rimase a fissare quella parola. Ettore non aggiunse niente. Lei cancellò tre risposte diverse prima di decidere che nessuna valeva la pena. Chiuse la conversazione. Il dossier non era più un suo problema. O almeno avrebbe dovuto essere così.
Il giorno dopo Ettore volle vederla. Non parlarono subito della missione. Era una delle cose che Sofia trovava più irritanti di lui. Poteva affidarti qualcosa che sembrava abbastanza importante da non poter aspettare e, quando tornavi, comportarsi come se avesse tutto il tempo del mondo.
Ettore era seduto davanti a lei con il dossier aperto sul proprio computer. Sofia non riusciva a vedere lo schermo. Non provò a farlo.
«Era quello giusto?» chiese.
«Sì.»
«Bene.»
Silenzio. Sofia aspettò. Ettore scorse qualcosa.
«Hai detto che c’era altro.»
«C’era.»
«Che cosa?»
«Non lo so.»
Ettore alzò gli occhi.
«Hai detto che c’era.»
«Ho detto che c’era altro. Non ho detto di sapere cosa fosse.»
«Non hai guardato.»
«No.»
«Perché?»
Sofia lo fissò. La domanda la infastidì più di quanto avrebbe dovuto.
«Perché non me l’avevi chiesto.»
Ettore rimase in silenzio. Sofia incrociò le braccia.
«Se volevi tutto, potevi dirmi tutto.»
«Avresti potuto prenderlo comunque.»
«Sì.»
«Avresti potuto leggere il dossier.»
«Sì.»
«Avresti potuto cercare altro.»
«Sì.»
«E non l’hai fatto.»
«Hai intenzione di elencarmi tutte le cose che non ho fatto? Perché possiamo metterci comodi.»
Per un istante Ettore sembrò sul punto di sorridere. Non lo fece.
«No.»
Chiuse il portatile. Sofia aspettò ancora. Quella volta fu Ettore a interrompere il silenzio.
«Perché hai accettato?»
«La missione?»
«Sì.»
Sofia ci pensò. Avrebbe potuto dargli una risposta intelligente. Ne aveva diverse. Per il Collettivo. Per dimostrare che era capace. Perché voleva sapere che cosa Ettore si aspettasse da lei. Perché una parte di lei trovava difficile rifiutare una porta chiusa quando qualcuno le metteva una chiave in mano. Scelse quella vera.
«Perché mi hai chiesto di farlo.»
Ettore annuì appena.
«E se ti avessi chiesto di prendere tutto?»
«Avrei voluto sapere perché.»
«E se non te l’avessi detto?»
Sofia lo guardò.
«Avrei deciso se fidarmi.»
Questa volta il silenzio cambiò. Non diventò più lungo. Diventò più preciso. Ettore appoggiò un gomito sul tavolo.
«E ti fidi?»
Sofia sbuffò una risata.
«Non esageriamo.»
L’angolo della bocca di Ettore si mosse appena. Poi tornò serio.
«Hai fatto bene.»
Sofia aspettò il resto. Non arrivò.
«Tutto qui?»
«Ancora con la medaglia?»
«Sto cominciando a pensare che non esista.»
«È in produzione.»
Sofia scosse la testa e si alzò. Aveva quasi raggiunto la porta quando Ettore parlò di nuovo.
«Sofia.»
Lei si voltò.
«Sì?»
Ettore indicò appena il computer chiuso.
«Perché davvero non hai preso il resto?»
Sofia lo guardò per qualche secondo. Forse lui cercava una risposta diversa. Una regola. Un principio. Una dichiarazione di fedeltà. Qualcosa che potesse essere annotato, classificato e riutilizzato la volta successiva. Sofia non gliela diede.
«Solo quello che mi hai chiesto.»
Ettore non rispose subito. Poi annuì. Una volta sola.
Sofia uscì. Nel corridoio infilò le mani nelle tasche e trovò il foglio piegato che lui le aveva consegnato il giorno prima. Lo tirò fuori. Poche righe. Un’amministrazione straniera. Un fascicolo. Un nome. Una richiesta. Adesso poteva buttarlo.
Lo strappò in quattro, poi ancora in quattro, e lasciò cadere i pezzi nel cestino. Fece qualche passo verso l’uscita. Si fermò. Guardò indietro. Il cestino era rimasto dov’era. I pezzi di carta anche.
Sofia sorrise appena.
E per una volta non tornò indietro a controllare che cosa aveva lasciato chiuso.
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Un posto all’Ombra espande momenti già presenti per tracce nel canone de «Le Cronache del Gentiluomo delle Ombre», senza cambiarne la causalità.